I Legni

ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO

SUGGESTIONI DELL’ANIMA
di Silvia Arfelli

Alcune delle opere pittoriche più interessanti realizzate da Sergio Lanzoni, derivano dalle forme classiche tabernacolari dell’edicola votiva, quasi a proteggere il senso di sacralità che l’artista imprime alle proprie creazioni artistiche.

Austere e liturgiche, le opere lignee di Lanzoni conservano un’impostazione classica anche nell’inserimento delle piccole mensole frontali dalla forma diversificata, atta a reggere un elemento materico perfetto e magicamente simbolico come la sfera. La tridimensionalità che l’artista realizza e sfrutta come base di supporto alla propria tensione creativa, rammenta le forme architettoniche del teatro, come se un improvvisato proscenio tendesse verso l’osservatore, creando un unicum in perfetto equilibrio in cui i piani, quello costruito dello spazio e quello dipinto della pittura, si sovrappongono e si alternano risultando complementari l’uno all’altro e annullando completamente le elementari regole della percezione visiva. Gli elementi in primo piano nell’opera si integrano con il paesaggio dipinto in secondo piano, quasi una quinta che arricchisce il senso scenografico dell’opera, mutando e allungandone la prospettiva.

L’artista pone in primo piano, al centro dell’opera, un elemento la cui forma è simbolica  dello spirito e dell’immaterialità dell’anima e crea profonde correlazioni con l’uovo che Piero della Francesca inserì nell’esedra semicircolare della nota Pala di Brera, e che la luce proietta otticamente in primo piano, complesso richiamo al dogma della verginità di Maria che era noto agli umanisti del XV secolo. A quell’elemento, Lanzoni attribuisce un’importanza superiore, rendendolo tangibile e concreto, quasi scultoreo a sfruttare tutte le possibilità che lo spazio propone e non solo la superficie piana della pittura. Forma perfetta secondo la filosofia platonica e neoplatonica, la sfera non ha principio né fine, né direzione né orientamento.
E’ la forma del sole e della luna, si manifesta nel culto dei primitivi e nelle religioni moderne, nei miti e nei sogni; è la forma dentro cui Leonardo sviluppa  l’uomo vitruviano, quella delle aureole celesti, insomma della perfezione e della compiutezza della vita.  E’ la forma che, assumendo dalla vita celeste, raffigura la perfezione dell’essenza umana.
E’ chiaro fin dal primo impatto con la produzione di Lanzoni, che la sua formazione appare solidamente tecnica e, al tempo stesso, fortemente intellettuale, ricca di quegli stimoli e di quei richiami al trecento toscano come alla metafisica che costituiscono un’eredità unica e assolutamente vitale della grande arte classica italiana. Né sono fuori luogo i richiami al teatro:
la costruzione dello spazio e la gestualità della pittura, gli esiti illusionistici che la tridimensionalità impone all’opera, creano una combinazione variabile di umori, spesso affidata anche alla prevalenza cromatica, a volte fredda dei toni blu, a volte più calda di quelli rossi, che delineano caratteristiche sempre diverse.  Spazio e forma interagiscono quindi in queste opere, lasciando alla pittura retrostante il ruolo della comunicazione, della parola non scritta ma rappresentata attraverso l’ausilio del paesaggio dipinto.

Il paesaggio raffigurato in queste opere si rifà all’amore per la pittura che da sempre contraddistingue il camino personale e professionale di Sergio Lanzoni e che si lascia alle spalle le contaminanti vedute delle colline romagnole e quelle delle marine, con tanto di trabaccoli in primo piano,  per affrontare invece un macrogenere come il paesaggio, mai abbandonato in realtà dai pittori figurativi, anche se spesso ridotto solo a paesaggio “di maniera”.
Sergio Lanzoni reinventa il genere attraverso una realizzazione caratterizzata da forti campiture di colore, da elementi architettonici schematizzati di case e costruzioni, dai cipressi su cui dominano le traiettorie di volo degli uccelli. Il tutto illuminato dalla luce del giorno e da quella della notte, dalle nuvole balugiananti nel rosa ambrato di un mattino, o di quelle notturne, appena illuminate dalla luna.

Un paesaggio onirico, mentale, suggestivo e ricco della stessa fissità e dello stesso silenzio di un’opera etafisica. La necessità di assoluto e di eterno che si rileva in questa pittura va oltre il dato paesaggistico per cogliere ed interpretare un’esperienza che non è più solo sensoriale. E’, quella di Lanzoni, una poetica dalla genesi complessa ed affascinante al tempo stesso, enigmatica nella sua semplicità: i colori piatti ed uniformi, l’assenza di qualsiasi presenza umana, l’ambientazione al di fuori del tempo, il silenzio ed il mistero che ammantano questa pittura che evoca nuovamente l’immagine di un palcoscenico. E torna, restituito nella propria interezza, il senso di sacro e di antico del tabernacolo, segreto scrigno la cui essenza liturgica invade di sé ogni antro, ogni apertura, ogni residua evidenza di queste suggestioni dell’anima.

01 Oltre la porta del pensiero